Ingiunzione Fiscale

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Cos’è l’ingiunzione fiscale di pagamento

Attualmente gli Enti Locali hanno la possibilità di scegliere di riscuotere i propri crediti tramite cartella esattoriale o, in alternativa, con ingiunzione fiscale di pagamento.
L’ingiunzione fiscale di pagamento è, quindi, il documento con cui il Comune, la Provincia o la Regione ordina al contribuente il pagamento entro 30 giorni di un proprio credito (es. una multa, un canone di occupazione, la tassa automobilistica ecc.); il suo scopo, pertanto, è in tutto e per tutto simile a quello di una cartella esattoriale, così come anche il suo contenuto.

Essa contiene infatti:

  • l’indicazione dell’ente creditore;
  • l’identificazione del creditore;
  • il motivo per cui si richiede il pagamento;
  • l’indicazione e la specificazione dell’importo da pagare;
  • l’ordine di pagare entro 30 giorni sotto minaccia di esecuzione forzata;
  • l’indicazione del termine e dell’autorità a cui presentare ricorso;
  • l’indicazione del responsabile del procedimento;
  • la relata di notifica.

Chi può emettere l’ingiunzione fiscale di pagamento

Ad emettere l’atto può essere direttamente l’Ente pubblico (tramite l’ufficio competente), oppure un Concessionario della riscossione iscritto all’Albo.
Negli anni passati è stato messo in dubbio il potere dei Concessionari di emanare ingiunzioni fiscali di pagamento, in quanto tale possibilità non era prevista nell’originaria normativa; tuttavia la Cassazione è più volte intervenuta sul punto (tra gli interventi più recenti cfr. sentenza n. 26736 del 3 maggio 2017; ordinanza n. 22710 del 14 giugno 2017; sentenza n. 24722 del 2 maggio 2018) affermando il principio che “non v’è ragione per limitare l’accesso allo strumento ai soli Enti, escludendo i concessionari”; tale principio è stato ribadito anche dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 29 del 14 febbraio 2018.

Quando si prescrive l’ingiunzione fiscale di pagamento

L’ingiunzione, proprio come la cartella, è un documento con cui si fa valere un credito già esistente; esso non ha un proprio termine di prescrizione, ma segue il termine di prescrizione del credito cui si riferisce. Per esempio, se con l’ingiunzione fiscale viene ordinato il pagamento della tassa automobilistica scaduta, il termine di prescrizione sarà triennale; se invece viene richiesto il pagamento di una sanzione amministrativa, allora si prescriverà in 5 anni.

Quali sono i rimedi contro l’intimazione di pagamento?

Quando si ritiene illegittima la pretesa dell’Amministrazione, è possibile agire in tre diversi modi:

1. Istanza per Autotutela

Si tratta di una richiesta mediante la quale il contribuente spiega all’Amministrazione creditrice le proprie ragioni, chiedendo l’annullamento del debito.
Se l’Amministrazione riconosce fondata la richiesta del contribuente, provvede alla rimozione dell’atto.
Non ci sono formalità rigide da rispettare, e nemmeno limiti temporali proporla; tuttavia l’amministrazione non ha un preciso dovere di accettare le richieste del contribuente, ed in caso di esito negativo il provvedimento di diniego non è impugnabile.

2. Istanza di Sospensione Ex Legge 228/2012

È una richiesta di sospensione della riscossione, ed è proponibile esclusivamente in determinate ipotesi previste dalla legge; essa deve essere proposta al Concessionario della riscossione (non all’ente) entro il termine tassativo di 60 giorni dalla notifica dell’atto; dovrà però essere l’amministrazione a rispondere.
Fin quando l’amministrazione non risponde la riscossione rimane sospesa; la risposta può consistere nell’accoglimento o nel rigetto dell’istanza.
In caso di mancata risposta da parte dell’Amministrazione entro 220 giorni, il debito è annullato di diritto.

3. Ricorso all’Autorità Giudiziaria

Termine entro il quale occorre agire per contestare l’ingiunzione fiscale di pagamento

La normativa di riferimento (R.D. 639/1910) stabilisce che il termine per presentare opposizione e richiedere la sospensione è di 30 giorni dalla notifica, ed il ricorso va proposto al Giudice ordinario.

La normativa in questione, tuttavia, è stata più e più volte interpretata dai giudici della Corte di Cassazione che, di volta in volta, sono stati chiamati a risolvere dubbi e problemi sul punto.

Il primo problema che si è posto è stato: il termine di 30 giorni è perentorio?

la Suprema Corte ha ritenuto che tale termine è perentorio solo per vizi formali, mentre se si contesta il merito della pretesa il decorso dei 30 giorni non preclude la possibilità di agire in giudizio (sentenza 18 settembre 2003 n. 13751; sentenza 14 marzo 2007 n. 5223; sentenza 28 febbraio 1996 n. 1571; sentenza 20 gennaio 1971 n. 112; sentenza 28 ottobre 1963 n. 2850); viceversa, il termine di 30 giorno perentorio esclusivamente per la richiesta (al Giudice) di sospensione dell’esecutività dell’ingiunzione.

La Suprema Corte ha, inoltre, stabilito il principio di equivalenza funzionale tra l’ingiunzione fiscale di pagamento e la cartella esattoriale (Cass. SS.UU. n. 10958/2005, secondo cui l’ingiunzione svolge la stessa funzione che svolge la cartella esattoriale in quanto atto prodromico per l’esecuzione forzata); pertanto, proprio come accade per la cartella di pagamento, ai fini dell’autorità e dei termini entro cui presentare ricorso dobbiamo distinguere a seconda dei diversi casi:

  • quando si tratta di crediti tributari e se ne vuole contestare il merito, l’opposizione va proposta dinnanzi alla Commissione Tributaria Provinciale competente per territorio entro 60 giorni;
  • quando si tratta di crediti non tributari e si vuole far valere l’estinzione del debito per cause sopravvenute (es. prescrizione, intervenuto pagamento ecc.), l’opposizione va proposta aai sensi dell’art. 615 c.p.c. dinnanzi al Giudice Ordinario (Giudice di Pace o Tribunale) del luogo dove risiede il ricorrente, e non vi sono termini;
  • quando si vogliono contestare vizi formali dell’atto (es. mancata sottoscrizione), a prescindere dalla natura del credito, l’opposizione va proposta al Giudice Ordinario entro 30 giorni dalla notifica, secondo quanto dispone il R.D. 639/10; c’è chi sostiene, tuttavia, che in questi casi si tratti di opposizione agli atti esecutivi ex art. 17 c.p.c. e, pertanto, il ricorso va proposto al Giudice dell’Esecuzione entro 20 giorni.

È bene tener presente che la materia è ancora incerta ed in continua evoluzione, e spesso ci troviamo di fronte a sentenze di senso contrario tra loro; è opportuno, pertanto, proporre ricorso senza perdere tempo, cercando di rispettare in ogni caso il termine di 20 giorni.

Sono l’Avvocato Marco Piccolo e lavoro per aiutare le persone a estinguere le pendenze con l’Agenzia delle Entrate ed Equitalia.

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Dal 2006 sono un Avvocato esperto in Diritto Tributario ed Esattoriale a Napoli e in tutta Italia

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